Eccomi qui. Seduto sul cesso, con il portatile a scaldarmi le gambe, tra i mille echi di piastrelle e pensieri.
Tanto, non c'è posto più riflessivo, no?
Chi ha inventato l'intelligenza, ha fatto una meravigliosa cazzata. O quanto meno, l'ha progettata male. E' vero che l'essere umano è progredito grazie all'osservazione e al chiedersi come, cosa, perché funzionassero le cose. Ma io non voglio pormi queste domande. Assolutamente. E invece sono lì, che martellano. Fisse. Puntuali come Kant nella sua passeggiata.
Come sarebbe stato se non fossimo stati la razza dominante? Se non fossimo stati in grado di esprimerci come facciamo? Se non fossimo stati costretti a subire delle regole morali e\o societarie che ci aiutano ad ingigantire problemi che in teoria nemmeno ci sono?
E questa è la parte migliore delle domande.
Il peggio arriva quando le domande concernono argomenti privi di comprensione, liberi all'interpretazione e, quindi, al suicidio mentale. In modo particolare quando sai che certe domande non te le dovresti porre, però te le poni lo stesso, contro ogni istinto di sopravvivenza. Nel mio caso è un po' per natura e un po' per formazione scientifica, studio biologia, è il mio mestiere quello di pormi delle domande. Quello che non ho capito è che le domande non le devo porre su me stesso o sulle situazioni che mi caratterizzano, ma sulle cose che riguardano la materia con cui dovrò lavorare. Però se lo dico significa che l'ho capito, solo non riesco a far funzionare la cosa. D'altronde, la lingua batte dove il dente duole.
Quindi mi ritrovo nel mezzo dei miei (quasi) 25 anni a pormi domande invece che godermi le cose.
Ed è qui che entrano in scena i gamberi.
La metafora, o similitudine, è più che calzante.
Vado avanti nella mia vita, guardandomi indietro; probabilmente perdendomi le cose migliori ma senza perdere di vista il passato. Osservando un qualcosa di esausto e irripetibile, senza motivo.
Consapevolissimo che sia una cosa abbastanza sbagliata e deleteria, ma non riesco a farci nulla. Osservando qualcosa di cui non dovrebbe importarmi nulla ma che in qualche modo mi importa.
Probabilmente mi mancano dei potenti meccanismi di rimozione.
Probabilmente do il peso sbagliato alle cose.
Probabilmente sono solo un gambero e non me ne sono reso conto.
mercoledì 8 maggio 2013
lunedì 18 marzo 2013
Anti-camera oscura
E così, dopo mesi senza necessità di alcun tipo di sfogo, sono tornato. Non perché abbia qualcosa di cui sfogarmi, ma mi dispiace lasciare questi spazi bianchi. A dispetto della solita misantropia stavolta c'è il nulla.
Avete presente quando nei cartoni animati c'è una scena in cui il personaggio si ritrova nel mezzo di un foglio bianco? Ecco, la situazione è più o meno questa. Un punto, in mezzo al nulla. Nonostante in questo nulla ci sia un'autostrada di pensieri e idee, io mi trovo esattamente al centro, non curante di ciò che mi circonda, immobile ad osservare il niente, se non quei 2-3 punti chiave del momento. Insomma, anche nella totale assenza di percezioni, qualche obbiettivo lo si dovrà pur osservare. E' a questo punto che non si capisce cosa sia questa proiezione: se il Nirvana o l'apatia, se l'alienazione o la tranquillità; ma non si sta male, specie per chi si è spesso lamentato dello stacanovismo della propria materia grigia.
Cercare di entrarsi nella testa, aprire la porta e trovare una casa svaligiata, un posto che ha appena subito un trasloco. I pensieri, quei pochi generati (perché sì, ce ne sono solo di nuovi), echeggiano come meglio credono e trovano tutto lo spazio per poter crescere, svilupparsi ed evolversi. Un passaggio da una discarica, un'accozzaglia di materiale buttato alla rinfusa, all'ordine e la disinfezione degna di una sala operatoria. Tabula rasa.
Comodo, molto comodo. Ma in parte inquietante. Un po' come quando lasciavi la tua stanza come se avesse subito i bombardamenti di Beirut dell'82 e uscivi, e al tuo rientro trovavi tutto lindo e pinto, magicamente e misteriosamente, e rimanevi perplesso su cosa potesse essere successo mentre eri via.
Più o meno siamo a questo punto. Anche se in realtà ci sarebbe una postilla.
In questa stanza enorme, bianca e vuota c'è una figura. Una sorta di Morpheus che ha in mano le due solite pasticche; a differenza dell'originale, qui, le pasticche sono le stesse: Pillola blu "ma siii, ma che te ne frega", Pillola rossa "ma siii, ma che te ne fotte". Un fantastico pusher inesistente che ti regala generosamente dei <blocca-qualsiasi-tipo-di-domanda>, che allegramente trangugi e ti ritrovi a pensare: "Ok, sono qui. Non c'è niente, bene!".
Dimentica i perché, dimentica l'approccio scientifico. E' una situazione comoda, con quei 2-3 punti chiave del momento.
Finché funziona il sistema basale, concentrato sulle cose importanti, quelle da finire, non ha senso decorare la stanza; tanto non ha bisogno di colori, non ci si sta male.
Prendo la sedia accanto al mio Morpheus, mi siedo, e aspetto che qualcuno, o qualcosa, faccia il suo ingresso da quella piccola, minuscola, lontana porta in tinta con il resto della stanza.
Avete presente quando nei cartoni animati c'è una scena in cui il personaggio si ritrova nel mezzo di un foglio bianco? Ecco, la situazione è più o meno questa. Un punto, in mezzo al nulla. Nonostante in questo nulla ci sia un'autostrada di pensieri e idee, io mi trovo esattamente al centro, non curante di ciò che mi circonda, immobile ad osservare il niente, se non quei 2-3 punti chiave del momento. Insomma, anche nella totale assenza di percezioni, qualche obbiettivo lo si dovrà pur osservare. E' a questo punto che non si capisce cosa sia questa proiezione: se il Nirvana o l'apatia, se l'alienazione o la tranquillità; ma non si sta male, specie per chi si è spesso lamentato dello stacanovismo della propria materia grigia.
Cercare di entrarsi nella testa, aprire la porta e trovare una casa svaligiata, un posto che ha appena subito un trasloco. I pensieri, quei pochi generati (perché sì, ce ne sono solo di nuovi), echeggiano come meglio credono e trovano tutto lo spazio per poter crescere, svilupparsi ed evolversi. Un passaggio da una discarica, un'accozzaglia di materiale buttato alla rinfusa, all'ordine e la disinfezione degna di una sala operatoria. Tabula rasa.
Comodo, molto comodo. Ma in parte inquietante. Un po' come quando lasciavi la tua stanza come se avesse subito i bombardamenti di Beirut dell'82 e uscivi, e al tuo rientro trovavi tutto lindo e pinto, magicamente e misteriosamente, e rimanevi perplesso su cosa potesse essere successo mentre eri via.
Più o meno siamo a questo punto. Anche se in realtà ci sarebbe una postilla.
In questa stanza enorme, bianca e vuota c'è una figura. Una sorta di Morpheus che ha in mano le due solite pasticche; a differenza dell'originale, qui, le pasticche sono le stesse: Pillola blu "ma siii, ma che te ne frega", Pillola rossa "ma siii, ma che te ne fotte". Un fantastico pusher inesistente che ti regala generosamente dei <blocca-qualsiasi-tipo-di-domanda>, che allegramente trangugi e ti ritrovi a pensare: "Ok, sono qui. Non c'è niente, bene!".
Dimentica i perché, dimentica l'approccio scientifico. E' una situazione comoda, con quei 2-3 punti chiave del momento.
Finché funziona il sistema basale, concentrato sulle cose importanti, quelle da finire, non ha senso decorare la stanza; tanto non ha bisogno di colori, non ci si sta male.
Prendo la sedia accanto al mio Morpheus, mi siedo, e aspetto che qualcuno, o qualcosa, faccia il suo ingresso da quella piccola, minuscola, lontana porta in tinta con il resto della stanza.
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