mercoledì 29 ottobre 2014

Una chiave per tutto

Tutti i giorni veniamo bombardati da spot, avvisi, scritte in minuscolo nelle etichette e consigli di parenti e\o esperti (o chi è parente e prende le veci di esperto) sull'uso et abuso di alcolici.
"Se bevi non guidare!- Se sei incinta non bere!" tutti avvisi concernenti il nostro stato di salute, quello fisico. Ma nessuno pensa  mai a quello mentale. Non c'è nessuna etichetta che dice "se bevi non aprire la bocca" o "non mandare sms se sei brillo": nessuno ci mette in guardia da quelli che sono i rischi dovuti all'uso e consumo di alcolici nelle nostre relazioni interpersonali.
Nessuno ci dice a cosa andiamo incontro quando beviamo un bicchiere di troppo (nel mio caso 2 è il numero massimo [sì, sono un cazzo di quasi astemio]) e ci ritroviamo con un telefono in mano o, peggio, una persona sottobraccio.
Chiave di tutte le porte, o di una cirrosi epatica , dipende, l'alcol è quel veleno\medicina che ci regala improbabili superpoteri tra cui l'amplificazione del nostro umore, il saper suonare\cantare, l'essere amico di tutti.. ma è anche una fottutissima chiave per aprire le porte al nostro vero io, per mostrare al mondo chi siamo o, il più delle volte, farci dire quello che non avremmo mai il coraggio di dire in condizioni prive di etanolo e acetaldeide nel cervello.
Come un sicario che ti taglia i freni, l'alcol è lì in agguato, pronto a farti fare discorsi e ammissioni che mai avresti pensato di fare. Ed è così che resto in piedi, ciondolante, a fissare il distacco tra la tela rossa e la plastica bianca delle mie all-star, poste in posizione 10-e-10 in stile anatra, per non farmi cadere a terra.
Scarpe che sembrano saperne più di me su milioni di cose e che sembrano farmi domande in stile Osservatore degli X-Men.
Quello di cui spesso non si tiene conto sono le conseguenze di queste domande, e più che mai le conseguenze delle risposte; quelle risposte tanto inaspettate quanto taglienti che ti lacerano come carte da gioco lanciate da un professionista.
Perché il bello di queste situazioni è quando si è poco unilaterali, alcolicamente parlando, e ci si trova ad essere ebbri in due. Tutta la sfacciataggine e la voglia di urlare cose a caso passa in un singolo istante, non quantificabile umanamente, esattamente tra lo schiocco della mascella dal cazzotto morale in stile Mike Tyson e il raggelarsi della spina dorsale, manco avessi interrotto non so quale nervo.
Possiamo vestirci di non so quale mithril, scaglie, amianto, merda. Essere pronti, addestrati alla vita, iper protetti da quello che ci riserva il mondo ma non c'è niente da fare. Quando passi la soglia alcolica ti ritrovi nudo a correre con il pistolino che ciondola all'aria, in mezzo alla città, ponendo domande o cacciandoti in situazioni poco divertenti, privo di ogni tipo di freno.
L'effetto snowball. O avalanche, chiamatelo un po' come vi pare. Quello che una volta innescato non fa altro che ingigantirsi, dentro una persona.
Poi ci sono le situazioni solo divertenti. Come? Mai andare oltre o sotto un certo livello di etanolo. Bisogna tenere una costante, quella quantità giusta che ci permetta di rimanere nel mondo degli arcobaleni, senza arrivare a quella dei fuochi d'artificio gastrici o a quella che ti catapulta nella realtà dalla quale sei provenuto.
Quindi è vero che l'alcol nuoce alla salute. Se mentale o fisica non è specificato. Nemmeno nelle etichette. "Può generare paranoia - può rendere molesti- può farti avere risposte che non ti piacerebbero", ma c'è poco da fare, ci sblocca.
Quindi perché non è scritto negli effetti collaterali? È così sottinteso che può scatenare guerre mondiali?
Alla fine torna tutto che siamo noi che facciamo le situazioni, quali siano i carburanti e le chiavi poco importa, tanto la chiave può essere un passpartout e il contenuto delle porte può essere sempre lo stesso.

Oppure, semplicemente, mi piace guardare le mie scarpe.

mercoledì 8 maggio 2013

Quei maledetti gamberetti..

Eccomi qui. Seduto sul cesso, con il portatile a scaldarmi le gambe, tra i mille echi di piastrelle e pensieri.
Tanto, non c'è posto più riflessivo, no?
Chi ha inventato l'intelligenza, ha fatto una meravigliosa cazzata. O quanto meno, l'ha progettata male. E' vero che l'essere umano è progredito grazie all'osservazione e al chiedersi come, cosa, perché funzionassero le cose. Ma io non voglio pormi queste domande. Assolutamente. E invece sono lì, che martellano. Fisse. Puntuali come Kant nella sua passeggiata.
Come sarebbe stato se non fossimo stati la razza dominante? Se non fossimo stati in grado di esprimerci come facciamo? Se non fossimo stati costretti a subire delle regole morali e\o societarie che ci aiutano ad ingigantire problemi che in teoria nemmeno ci sono?
E questa è la parte migliore delle domande.
Il peggio arriva quando le domande concernono argomenti privi di comprensione, liberi all'interpretazione e, quindi, al suicidio mentale. In modo particolare quando sai che certe domande non te le dovresti porre, però te le poni lo stesso, contro ogni istinto di sopravvivenza. Nel mio caso è un po' per natura e un po' per formazione scientifica, studio biologia, è il mio mestiere quello di pormi delle domande. Quello che non ho capito è che le domande non le devo porre su me stesso o sulle situazioni che mi caratterizzano, ma sulle cose che riguardano la materia con cui dovrò lavorare. Però se lo dico significa che l'ho capito, solo non riesco a far funzionare la cosa. D'altronde, la lingua batte dove il dente duole.
Quindi mi ritrovo nel mezzo dei miei (quasi) 25 anni a pormi domande invece che godermi le cose.
Ed è qui che entrano in scena i gamberi.
La metafora, o similitudine, è più che calzante.
Vado avanti nella mia vita, guardandomi indietro; probabilmente perdendomi le cose migliori ma senza perdere di vista il passato. Osservando un qualcosa di esausto e irripetibile, senza motivo.
Consapevolissimo che sia una cosa abbastanza sbagliata e deleteria, ma non riesco a farci nulla. Osservando qualcosa di cui non dovrebbe importarmi nulla ma che in qualche modo mi importa.
Probabilmente mi mancano dei potenti meccanismi di rimozione.
Probabilmente do il peso sbagliato alle cose.
Probabilmente sono solo un gambero e non me ne sono reso conto.

lunedì 18 marzo 2013

Anti-camera oscura

E così, dopo mesi senza necessità di alcun tipo di sfogo, sono tornato. Non perché abbia qualcosa di cui sfogarmi, ma mi dispiace lasciare questi spazi bianchi. A dispetto della solita misantropia stavolta c'è il nulla.
Avete presente quando nei cartoni animati c'è una scena in cui il personaggio si ritrova nel mezzo di un foglio bianco? Ecco, la situazione è più o meno questa. Un punto, in mezzo al nulla. Nonostante in questo nulla ci sia un'autostrada di pensieri e idee, io mi trovo esattamente al centro, non curante di ciò che mi circonda, immobile ad osservare il niente, se non quei 2-3 punti chiave del momento. Insomma, anche nella totale assenza di percezioni, qualche obbiettivo lo si dovrà pur osservare. E' a questo punto che non si capisce cosa sia questa proiezione: se il Nirvana o l'apatia, se l'alienazione o la tranquillità; ma non si sta male, specie per chi si è spesso lamentato dello stacanovismo della propria materia grigia.
Cercare di entrarsi nella testa, aprire la porta e trovare una casa svaligiata, un posto che ha appena subito un trasloco. I pensieri, quei pochi generati (perché sì, ce ne sono solo di nuovi), echeggiano come meglio credono e trovano tutto lo spazio per poter crescere, svilupparsi ed evolversi. Un passaggio da una discarica, un'accozzaglia di materiale buttato alla rinfusa, all'ordine e la disinfezione degna di una sala operatoria. Tabula rasa.
Comodo, molto comodo. Ma in parte inquietante. Un po' come quando lasciavi la tua stanza come se avesse subito i bombardamenti di Beirut dell'82 e uscivi, e al tuo rientro trovavi tutto lindo e pinto, magicamente e misteriosamente, e rimanevi perplesso su cosa potesse essere successo mentre eri via.
Più o meno siamo a questo punto. Anche se in realtà ci sarebbe una postilla.
In questa stanza enorme, bianca e vuota c'è una figura. Una sorta di Morpheus che ha in mano le due solite pasticche; a differenza dell'originale, qui, le pasticche sono le stesse: Pillola blu "ma siii, ma che te ne frega", Pillola rossa "ma siii, ma che te ne fotte". Un fantastico pusher inesistente che ti regala generosamente dei <blocca-qualsiasi-tipo-di-domanda>, che allegramente trangugi e ti ritrovi a pensare: "Ok, sono qui. Non c'è niente, bene!".
Dimentica i perché, dimentica l'approccio scientifico. E' una situazione comoda, con quei 2-3 punti chiave del momento.
Finché funziona il sistema basale, concentrato sulle cose importanti, quelle da finire, non ha senso decorare la stanza; tanto non ha bisogno di colori, non ci si sta male.
Prendo la sedia accanto al mio Morpheus, mi siedo, e aspetto che qualcuno, o qualcosa, faccia il suo ingresso da quella piccola, minuscola, lontana porta in tinta con il resto della stanza.

giovedì 7 giugno 2012

StupHrs: Stupore

In via del tutto insolita, con me che sembro sempre in lotta con la mia mente, questa volta non sembro avere un'invettiva contro qualcosa. Anzi. In realtà sono più stupito che altro. Come al solito, proprio quando pensi di essere arrivato al capolinea di ciò che può stupirti, c'è sempre qualcosa che ti smuove dalla posizione che hai preso, da quell'aria spavalda che sembra circondarti come a dire "Mh, e quindi? Già fatto, già visto."; e tu sei là a cascare da un piedistallo che ti sorreggeva, che per una volta sembra alto milioni di kilometri, dandoti tutto il tempo di rimanere a bocca aperta a chiederti come sia possibile che la tua persona sia stata scalzata da una posizione di tale fermezza, a chiederti il perché e il come abbia fatto.
Per una volta non c'è niente di male a porsi tali domande, anche se sarebbe più fruttuoso lasciarsi andare alla caduta, ben consci che stavolta quasi sicuramente l'atterraggio non sarà sui piedi ma con una buona probabilità sul culo o sul muso. Perché andrà così? Perché chiunque riesca a spodestarti da una posizione così sicura e stabile come quella, quella dove sei sicuro e convinto di aver visto tutto (e potrebbe anche essere così), o è molto bravo o ha colpito dove nessun altro era riuscito a colpire. Nel momento in cui vieni scalzato dalle tue certezze non sai mai come cadrai.
A bocca aperta compi questo viaggio sperando di vedere l'epilogo a breve, più che altro per realizzare con quale parte anatomica andrai a colpire ciò che ti aspetta. Nonostante questo, anche se non si è dotati di chiaroveggenza, delle volte, con una previsione quasi certa, sai già come andranno le cose ma per un qualche motivo non ancora noto (possiamo chiamarlo mistero o masochismo, a scelta) ignoriamo volutamente l'esito.
Il mondo, l'ambiente, le giornate ma in modo più specifico te stesso lo fanno le persone. Questo non va inteso come una sorta di "modellarsi in base agli altri" ma più come un'influenza. Influenzano il tuo modo di essere, il tuo modo di comportarti e anche il modo di pensare delle volte, almeno finché il tuo IO non si è completamente formato. Quando arrivi ad essere completamente TE STESSO, quello "maturo", possono solo influenzare un minimo il comportamento e le giornate.
In questo calderone di pensieri vaganti e di rigurgiti cerebrali, che sono più pensieri personali o opinioni o qualsivoglia nome vogliate dargli, il messaggio è molto semplice.
Si spera abbiate culo nelle persone che incontrate, perché da un momento all'altro, se sono quelle giuste, possono cambiarvi la giornata o addirittura migliorarvi il periodo quando non è dei migliori.
>"Non posso scegliere dove nascere ma posso scegliere le amicizie"< Vero. Ma qui non si tratta di amicizie. Qui si tratta di culo. Perché si parla di cose completamente a caso, che possono durare anche solo 15 minuti. Niente da costruire, niente da coltivare, solo un qualcosa da apprezzare finché se ne ha la possibilità.
Non buttate questo genere di occasioni nel cesso, delle volte basta veramente un niente per favorire l'imprevedibilità.

lunedì 7 maggio 2012

Mani di Sapone


Ode a me
dalle mani scivolose
re delle occasioni mancate
con più spine delle rose.
La mia presa, parecchio lenta
di un anziano ha le sembianze
poiché la forza non mi consenta
di far sgusciar le cose in un'infinita varietà di danze.
Già le vedo
sul dorso della mano dipanarsi
bollicine arcobaleno
tanto timide al mostrarsi;
osservadole si vede
un riflesso un po' contorto
una creatura delle favole
additato come aborto.
Come Edward, sventurato
delle mani son mancante
non assente di appendici
ma assai lubrificante.
Ogni cosa che mi è data
anche se con calamita
presto detto è scivolata
e mi sguscia tra le dita.

lunedì 30 aprile 2012

Non c'è nascondiglio che tenga

C'era un tempo il mito di Forrest Gump, il ragazzino storpio e un po' sempliciotto in grado di correre come pochi. Poi c'era anche Boogeyman, il fantomatico uomo nero, quesllo che ti aspetta dietro ogni angolo pronto ad agguantarti per trascinarti nel buio più profondo. Poi ci sono i pensieri, le sensazioni, i ricordi. Qualcosa che purtroppo non è inventato, ma che non riesce e non vuole darti tregua in nessun tipo di modo.
Puoi correre. Puoi nasconderti. Puoi spendere il tuo intero patrimonio per andare in cima al mondo, ma loro prima o poi arrivano.
A pensare che il senso più potente è l'olfatto ci si rende conto che sia vista che udito possono competere in maniera abbastanza pari. Essere degli archivi ambulanti non ha un gran bel risvolto nella vita di tutti i giorni; porta alla deconcentrazione, alla distrazione, e ad una buona dose di tristezza. Il non riuscire a "passare oltre" , passando il termine da 'Ghost Whisperer', è un freno molto potente. O se la si vuole definire meglio, un'accelerazione gravitazionale maggiore, che ci tiene inchiodati a terra con la sola possibilità di guardarsi attorno. E sotto questa spinta sembra quasi che i peggiori mostri della peggiore fantasia di una mente malata avanzino imperterriti divorando e creando buchi il quello che è l'universo dell'umore.
I dubbi. Esseri amorfi che scavano e innestano, facendo perdere la reale percezione delle cose. L'arma più potente mai esistita, solo non molto utilizzabile. A meno che non se ne abbia particolare familiarità. Il dubbio, funziona esattamente come i tarli: ne basta uno, penetra all'interno e inizia a rodere con molta calma, senza dare segni all'esterno, finchè l'intera struttura cede facendo un brutto scherzo a chiunque la usi come supporto. Solitamente si cade sulle chiappe, circoscrivendo e limitando il danno, ma ogni tanto si cade sui denti. E le musate fanno male.
Ogni volta puntualmente ci si rialza e si prende un appoggio nuovo, sperando che questo tenga più a lungo dell'ultimo, e così via.
La domanda che segue sempre questo genere di botte è il perché non si sorrida. La risposta è semplice, solo che difficilmente la si dice.
Hai mai visto l'effetto che fa un sorriso sdentato?

mercoledì 21 marzo 2012

Atlante e il Gatorade

Il mondo. Creato dal nulla, insieme all'Universo, dopo un'esplosione di dimensioni inimmaginabili. Big Bang e Universo, forse le uniche cose non quantificabili dal genere umano. Certo, insieme alla stupidità e forse all'intelligenza. Esiste un metodo per misurare l'intelligenza, ma non quello per misurare la stupidità. Il che rende la cosa molto buffa e paradossale. Come si definisce la stupidità? Ma cosa più importante, cosa definisce l'intelligenza? Esiste realmente qualcuno più intelligente di un altro? Il fatto che funzioniamo per associazione di idee rende chi non le associa al medesimo modo più stupido di chi fa il paragone? E se semplicemente non le esprimesse? Quante cose non vengono dette? Quanti concetti non vengono espressi perché si è gelosi di loro o non rispecchiano un'etica societaria che è 'necessario' seguire?
Il fatto di porsi mille domande come queste, rende una persona più intelligente di un'altra? Dubito che si troverà mai una risposta. Considerato il fatto che tutti siamo soggetti ai pensieri; a ognuno il suo. Ci mancherebbe che si dovessero subire pure quelli degli altri. A questo punto, dov'è il limite tra stupidità e intelligenza? Non riuscire a porre un limite alla cascata di pensieri che ci pervade è stupido? O è intelligente non riuscire a frenarli? Ci sono, e tanto basta.
I pensieri, che sono la cosa più veloce presente su tutto quello a cui riusciamo a dare un nome, vengono definiti quasi come muti. Ma i pensieri non sono muti. I pensieri urlano, e urlano parecchio. E sono ovunque, dalle cellule ciliate delle orecchie fino alla punta dei piedi; certo, se si ragionasse con i piedi forse molte cose risulterebbero più facili, ma non è così. Ti tappi le orecchie, provi a cantare una canzone, provi a distrarti in una qualche maniera. Nulla. Provi anche ad avvolgerti la testa nel cuscino, nella segreta speranza di non riuscire più a sentirli o, quantomeno, di affievolirli. Non c'è verso. Loro sono lì, a battere, come fossero dei picchi sulla corteccia, quella cerebrale.
Loro ci sono, sono pensieri ma sono reali, fanno parte della tua persona e rappresentano passato, presente e futuro. E tu, come il povero Scrooge, non puoi fare altro che stare li a guardare, cercando di modificarli in un qualcosa che possa essere più congeniale, o comunque meno invadente e fastidioso. Perché se ne ha facoltà, sebbene spesso vincano loro. Sono i tuoi migliori amici, sono te, sono il tuo mondo. Reinterpretato ma pur sempre il tuo mondo, o gran parte di esso.
Ed è qui che torniamo, al mondo. Dal mondo siamo partiti e al mondo torniamo, ognuno ha il suo. Ma questo mondo, che ognuno si porta sulle spalle, ha le stesse dimensioni per tutti? La sua grandezza, massa o qualsivoglia nome vogliate dargli, è proporzionale a chi lo porta? Siamo sicuri che possa reggere? E cosa succede se cede, e gli 'crolla il mondo addosso'? Non so se c'è del retorico in queste domande, ma sicuramente c'è del mitologico. Un essere umano che compie quello che viene chiamato 'sforzo da titani'.
E a proposito di titani, che fine ha fatto Atlante? Colui che è condannato a reggere il mondo, che racchiude i mondi di tutti coloro che lo abitano? Sarà il caso di mandarlo in pensione?
Se vi fate un semplice sillogismo vi verrà fuori che il proprio mondo equivale al proprio cervello, ai propri pensieri, non a caso questo ormai anziano titano è la prima vertebra che regge il cranio.
Ma questo risponde anche ad una domanda fatta in precedenza. La grandezza del mondo non è proporzionale a chi lo deve reggere. Se così fosse stato, probabilmente, il mio atlante avrebbe avuto le dimensioni di un campo da calcio. Solo perché al momento è la dimensione massima alla quale riesco a pensare.
E il vostro, quanto avrebbe dovuto essere grande?